Parco Archeologico

Parco Archeologico “A Muntagna”

Geografia e geologia

Il Parco Archeologico sotto il profilo geografico, il sito su cui insiste il Parco si può inquadrare nella regione centro-orientale della Sicilia e più precisamente nel versante occidentale dello spartiacque La Montagna-M.te Judica-M.te Scalpello che separa i bacini idrografici del fiume Ferro, tributario del fiume Caltagirone o Margi. Dal punto di vista geo-litologico, l’area è caratterizzata da affioramenti di calcare in facies evaporitica del Messiniano coperti da uno strato di suolo del tipo “rendzina”. I terreni affioranti sono rappresentati in prevalenza da termini coesivi (limi e argille) e subordinatamente da rocce a consistenza litica, quali calcari e gessi. La sequenza stratigrafica è costituita da depositi della “Serie Gessoso-Solfifera” messiniana (da 8 milioni a 5.2 milioni di anni fa circa), i trubi infrapliocenici (da 5.2 milioni di anni fa circa) le marne e argille plio-pleistoceniche (da 5.2 milioni a 0.01 milioni di anni fa circa. Le rocce evaporitiche del Messiniano sono ben visibili, in diverse aree del parco, con affioramenti di calcari e gessi macrocristallini.

Gli aspetti faunistici

Durante le passeggiate nella zona del parco archeologico della Montagna, è piuttosto frequente imbattersi in piccoli mammiferi quali il coniglio (Oryctolagus cuniculus) e la lepre selvatica (Lepus europaeus), la volpe (Vulpes vulpis), l’istrice ed il riccio. Tra gli uccelli oltre alle comunissime gazze e alle cappellacce, non è difficile incontrare di sera le civette e i gufi, differenti dalle prime per le dimensioni e per i ciuffetti di piume sul capo. Più rari i rapaci come la poiana, lo sparviere, il gheppio, quest’ultimo distinguibile per piume gialle e macchie nere nella zona ventrale. Abitano gli anfratti rocciosi innocui rettili: il biacco, la lucertola, il ramarro, il geco, mentre piccoli anfibi come raganelle e rospi popolano le zone più umide del parco.

La vegetazione spontanea

La macchia mediterranea caratterizza in maniera prevalente la vegetazione di questi luoghi. Nell’area intorno al parco sono state individuate specie arboree spontanee con quercus ilex (leccio) fraxinus ornus (frassino), coronilla emerus, tutte specie tipiche delle formazioni boschive dell’area mediterranea. La boscaglia é caratterizzata da pistacea terebinthus (pistacchio selvatico). I fiori che accompagnano questo tipo di boscaglia sono l’osiris alba, prasium majus, euphorbia caracias. Gli aspetti di vegetazione spontanea a carattere steppico sono contraddistinti dalla amphelodesma, tipico dei suoli aridi a detrito mobile. La prateria è stata localizzata a est di Cozzo S. Maria, in contrada Zotto e sui pendii argillosi e calanchivi; qui è visibile il Ligeto, una graminacea, e altre specie floreali quali salsola verticillata, lavatera agrigentina, moricandia arvensis. Storia della ricerca archeologica Sulla Montagna di Ramacca, nella prima età del Ferro (850-730 a.C.) iniziò a fiorire un insediamento indigeno, ellenizzato successivamente da coloni calcidesi di Leontini. La sua esistenza venne confermata a seguito di rinvenimenti sporadici e scavi clandestini già nel 1966. I sopralluoghi della allora Soprintendenza alle antichità per la Sicilia orientale che ne seguirono e le successive esplorazioni portarono nel 1968 all’individuazione di un villaggio pre e protostorico in contrada Torricella, a ridosso della pendice ovest della Montagna. Nel 1970 e 1971 vennero effettuate due campagne di scavo nel sito di Torricella. Successivamente, tra il 1978 e il 2000 le indagini si concentrarono sulla Montagna, grazie alle risorse messe a disposizione dal Comune di Ramacca prima e dalla Soprintendenza ai Beni culturali di Catania successivamente, con undici campagne di scavo sotto la direzione di E. Procelli e di A. Patanè.

Le necropoli e la città

Tutto intorno all’abitato si trovavano le tre necropoli, le maggiori a Sud-Est e Sud-Ovest e una minore a Nord. In esse coesistono differenti tipi tombali: tombe a camera rettangolare tipiche delle culture siciliane dall’Età del Ferro al V sec. a.C., ma si trovano in gran numero anche le sepolture di tipo greco, tombe a fossa litica, a vasca litica, alla “cappuccina”, sepolture a enchytrismos, (dal greco en = dentro e chytra = pentola, cioè entro vasi o anfore), e sepolture secondarie in urna cineraria. Per la maggior parte di esse, già profanate in antico e da scavatori clandestini, non è stato possibile avere dati certi. Nel 1982, durante una campagna di scavo, fu scoperta una tomba a camera ipogeica della necropoli Sud-Est, nella quale si rinvennero 90 elementi di corredo (vasi di varie forme, che accompagnavano il defunto in quello che si pensava un eterno e gioioso banchetto nell’aldilà) e 6 individui, fra i quali almeno due sepolture infantili. La datazione degli elementi di corredo ne comprova l’utilizzo dal VI alla prima metà del V sec. a.C. Sempre nel 1982, nella necropoli Ovest fu scoperta una tomba individuale a cappuccina, priva di elementi di corredo, tranne che per uno spillo in bronzo, databile probabilmente alla seconda metà del V sec. a.C. Nel luglio 2000, nell’ambito di una campagna di scavo volta all’individuazione di sepolture in urna di cui si erano avute segnalazioni sporadiche, è stato rinvenuto un cinerario contenente i resti cremati di un giovane adorno di monili in argento e pietre dure.

Il santuario di Demetra e Kore

Una delle aree sacre della città, sorse nella zona della necropoli Ovest, dove su una collinetta bassa e rocciosa si insediò un santuarietto a cielo aperto, con poche installazioni fisse, costituite da una bassa banchina e forse una tettoia di tegole sostenuta da una struttura lignea di cui nulla si è conservato. Sulla banchina e negli spazi tra le rocce affioranti trovavano posto gli ex-voto offerti dai fedeli e costituiti da tutto il campionario tipico delle stipi votive greche di questo periodo: protomi e statuette fittili di soggetto femminile e piccoli vasi. E’ probabile che questo santuario fosse dedicato a Demetra e Kore come dimostrano alcuni frammenti di statuette più recenti tipiche del culto di queste dee, particolarmente diffuso in Sicilia perché legato all’agricoltura ma anche alla vita ultraterrena. Il santuarietto rupestre, indagato con uno scavo archeologico nell’agosto del 1984, fu oggetto di culto per circa un secolo (V-IV sec. a.C.).

La necropoli ovest

Si estende in un’area ricca di calcari affioranti, delimitata da tre collinette alte tra i 400 e i 500 m s.l.m. Tra le necropoli pertinenti alla città è senza dubbio quella in cui si conservano le sepolture più imponenti, veri monumenti di architettura funeraria. Esempi ne sono la tomba con grande dromos, all’ingresso della necropoli; la tomba con anta della quale si è rinvenuto anche il portello di chiusura; la “Tomba del timpano”, in posizione dominante la valletta principale della necropoli, così detta per un elegante frontone triangolare che ne orna il prospetto, che è un segno dell’alto grado di ellenizzazione raggiunto da suo proprietario; la grande tomba con anticella, letto di deposizione e con soffitto a doppio spiovente, imitante il tetto delle case, che si apre sul versante nord della collinetta sacra a Demetra e Kore. Accanto alle sepolture multiple a camera ipogeica di tradizione indigena, la necropoli Ovest conserva tombe individuali a fossa litica scavate nella roccia calcarea, alla cappuccina (sepolture in fossa terragna rivestita e coperta con tegole piane) e ad incinerazione di tipo greco, indice dell’integrazione di usanze funebri elleniche con i riti indigeni. L’utilizzo dell’area sepolcrale si data dal VII sec. fino alla fine del IV a.C. L’abitato Alcuni studiosi hanno cercato di dare un nome alla città della Montagna di Ramacca, tra i più probabili segnaliamo quello di Eryke e quello di Ergetion. Edifici N-Na I due edifici si datano tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C. Il primo (Edificio N) misura 13,30 m per 3,90 m e presenta banchine su tre lati, sulle quali si rinvennero resti di vasi.  Sulla banchina occidentale, inoltre, vennero alla luce i resti di un forno di forma circolare, probabilmente usato per la cottura degli alimenti. Parallelo a questo edificio si rinvenne l’Edificio Na, simile per struttura. I muri sono realizzati a secco con doppio paramento di blocchi di calcare, riempiti da pietrame minuto e terra.La forma allungata e stretta, le grandi dimensioni e la presenza di banchine lasciano ipotizzare una funzione pubblica per i due edifici. Lungo la fronte meridionale delle due strutture sono state rinvenute tre tombe, del tipo “a cappuccina”, databili alla prima metà del IV secolo a.C., quando l’abitato si era spostato nell’area sommitale. Tra gli edifici N-Na e la casa RM è visibile un basamento composto da undici blocchi di calcare, rozzamente squadrati, allineati in senso E-O. Essi dovevano far parte di un’imponente struttura per ora ignota.

Casa RM

La casa RM rientra nella tipologia dell’abitazione di tipo indigeno, con copertura in materiale deperibile. L’impianto dell’edificio risale alla fine del VII secolo a.C. Esso fu abbandonato nel corso della prima metà del VI a.C., probabilmente a causa di una distruzione violenta forse ricollegabile al processo di espansione lentinese.Subito a Nord della struttura era probabilmente uno spazio aperto interpretabile come cortile o strada, sul quale si apriva l’ingresso alla casa. La porta doveva essere provvista internamente di una scaletta in legno, visto che il livello della strada si trova a una quota superiore rispetto a quella dei pavimenti. Ciò indicherebbe una sistemazione su terrazze digradanti per sfruttare meglio i tratti più disagevoli del terreno.

Villaggio preistorico di Torricella

Il sito in contrada Torricella, situato in una valletta protetta a Nord da una cresta rocciosa e da una bassa collinetta, è stato oggetto di esplorazioni fin dal 1967, in seguito alle quali sono state effettuate due campagne di scavo, negli anni 1970 e 1971. Queste hanno permesso di riportare alla luce i resti di un villaggio pertinente all’antica età del Bronzo, circondato dalla necropoli in cui furono individuate quattordici tombe a grotticella artificiale.

Il villaggio

Del villaggio dell’antica età del Bronzo sono state individuate tre fasi strutturali: alla più antica appartengono i resti di tre capanne circolari (la più importante è la C1, nell’Area Sud, con tre livelli pavimentali, pertinenti tutti a questa prima fase). Alla seconda fase risalgono i grandi muri presenti in ambedue le aree. Area Sud All’interno di quest’area furono individuati tre strati pertinenti alla facies di Castelluccio (antica età del Bronzo, ca 2300-1400 a.C.), con resti di pavimenti in terra battuta e muri curvilinei, appartenenti a capanne di forma ellittica o circolare. Nel primo vennero alla luce i resti di un pavimento in terra battuta e il muro di una capanna a pianta ellittica, nel secondo i resti di due capanne e nel terzo il muro e il battuto di una capanna denominata “capanna 1”. Furono eseguiti anche due saggi stratigrafici dove furono rinvenuti una serie di strati, datati grazie al materiale ceramico. Da quello più basso proviene un frammento di ceramica dello stile di Stentinello (Neolitico Medio, VI millennio a.C.). dopo un periodo di abbandono abbiamo una serie di strati dell’età del rame che vanno dalla fase media (facies di Piano Conte e Serraferlicchio, quest’ultima individuata per la prima volta in un sito all’aperto) alle fasi finali (facies di Malpasso e S. Ippolito, quest’ultima per la prima volta individuata in una posizione stratigrafica).Area Nord All’interno dell’area fu intercettato un grande muro con andamento curvilineo, seguito per circa 17 m, che delimita un’area che serviva probabilmente a racchiudere alcune capanne, come dimostrano i resti di battuto pavimentale e tracce di attività domestiche (presenza di grandi vasi contenitori, fuseruole, macine e altri utensili di uso quotidiano), e il bestiame da allevamento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *